RECENSIONI 2005/2006

"Il collezionista di occhi" di Gregory Dark (di Carlo Altinier, del 30/07/2006)

"See no evil" è un geniale esperimento di fusione tra la narrazione cinematografica dell'horror movie e la storyline di un incontro di wresting, e inoltre una riflessione sui limiti "naturali" dello sguardo.

"The Eye 3: Infinity", di Danny e Oxide Pang (di Matteo Di Giulio, del 27/07/2006)

"The Eye 3: Infinity" è il nuovo episodio di una serie nata per caso e rilanciata di anno in anno dai sino-thailendesi Pang Bros. Rispetto ai passati lavori prevalgono ironia e folklore, che tolgono spazio a brividi ed effettacci. Risultato rivedibile, tanto che gran parte delle situazioni proposte risultano indigeste o puerili.

"Innamorarsi a Manhattan", di Mark Levin (di Leonardo Lardieri, del 27/07/2006)

Dentro una voce fuori campo ritrovi forse tutto il cinema ancora acerbo di Mark Levin regista e Jennifer Flackett sceneggiatrice. Ma c'è comunque qualcosa di magico e inaspettato in questo storia: c'è una felice tendenza a voler "normalizzare" la città meno città del mondo, come la più tenera delle iniziazioni.

"Raccontami una storia", di Francesca Elia (di Annarita Guidi, del 25/07/2006)

L'opera prima di Francesca Elia tratta vissuti 'difficili' dal punto di vista dei bambini che ne sono protagonisti. Il risultato è allora un film che unisce frammenti di fantastico a elementi di vita reale, realizzando un tentativo di favola 'credibile' abbastanza riuscito.

"Tom White", di Alkinos Tsilimidos (di Giovanna Canta, del 24/07/2006)

Due mondi presto isolati l'uno dall'altro, che si scontrano e si respingono seguendo gli spostamenti esistenziali di un uomo che ha deciso di rompere con il passato. Il mondo della notte per le strade è scuro, misterioso, pericoloso e intenso, quello che aspetta con ansia il ritorno del fuggitivo è luminoso, ma stretto e angusto.

"The Ringer", di Barry W. Blaustein (di Carlo Valeri, del 24/07/2006)

I limiti dell'operazione non risiedono tanto in Knoxville (che qui interpreta un ruolo neanche troppo simpatico e quindi perfettamente in linea con la fama che si è costruito), quanto nella totale mancanza di sincerità e delicatezza di una commedia che tocca temi importanti elargendo una superficialità disarmante.

"Decoys", di Matthew Hastings (di Carlo Altinier, del 23/07/2006)

Dice più cose di quante vorrebbe, questo brutto horror adolescenziale. Un viaggio allucinato nell'immaginario del giovane maschio americano e nella sua ossessione sessuofoba.

"Shadowboxer", di Lee Daniels (di Carlo Valeri, del 21/07/2006)

Il regista lavora infatti su un accumulo frammentario di temi alti e scene madri, che impediscono al film di avere una coesione interna e uno spessore etico preciso. Non per questo si rivela però privo di interesse.

"Spia + spia - Due superagenti armati fino ai denti", di Javier Fesser (di Carlo Valeri, del 20/07/2006)

La macchina da presa di Fesser non perde occasione di estrapolare il comico da una messa in scena in bilico tra invenzioni fumettistiche e atmosfere vagamente desolanti, e lo fa seguendo un ritmo ossessivo, instancabile, avvalendosi di soluzioni visive barocche.

"Vita Smeralda", di Jerry Calà (di Paolo Tenca, del 19/07/2006)

In certi momenti "Vita Smeralda" appare un controtipo negativo del nostro immaginario catodico e fa emergere il rimosso di uno "stato d'animo" meglio noto come estate. Ma il Calà attore purtroppo arranca...

"Kyashan" di Kazuaki Kiriya (di Matteo Di Giulio, del 18/07/2006)

Da una serie di successo un calderone di mitologia androide e new age: la fantascienza proposta dal film è pura apparenza che nell'enunciazione del decalogo digitale alla massima potenza cede ad aspirazioni eccessive.

"Il colore del crimine", di Joe Roth (di Annarita Guidi, del 17/07/2006)

Il film parte con intenti claustrofobici e ansiogeni, macchina da presa che sobbalza intorno alle facce e non lascia respiro, al ritmo dei battiti accelerati di una donna a cui hanno appena rapito il figlio. Tutto il resto sembra l'anti-decalogo del thriller.

"Tough Enough", di Detlev Buck (di Giovanna Canta, del 17/07/2006)

Tutto il film procede secondo un ritmo costante, tenendo sempre attenta l'attenzione di uno spettatore spesso scioccato dalla violenza delle immagini.

"L'Antidoto", di Vincent De Brus (di Leonardo Lardieri, del 17/07/2006)

Piacevole farsa cinematografica, di un abile autore francese di videoclip. Lentamente ci si appassiona all'oggetto transizionale, all'antidoto cinematografico del movimento serrato e "precipitoso", trascinante da uno sketch all'altro, come condizione intermedia definita e non tanto però come idea di una evoluzione in atto.

"Anime veloci", di Pasquale Marrazzo (di Giovanna Canta, del 17/07/2006)

Ogni scoperta un colpo che mina la propria identità, come un sasso che, lanciato contro lo specchio, lo frantumi in mille pezzi, moltiplicando infinitamente l'immagine in esso riflessa, rubandole la chiarezza dell'unicità. Il cerchio si allarga e non lascia fuori nessuno, padre, madre, sorelle.

"Thumbsucker", di Mike Mills (di Francesco Ruggeri, del 16/07/2006)

Mills non sarà un talentaccio, eppure dà sempre l'impressione di crederci davvero ai suoi personaggi, di amarli insomma, da uomo a uomo. Si tratta di dettagli, di piccoli appunti, di sfumature...

"Gli scaldapanchina", di Dennis Dugan (di Giovanna Canta, del 14/07/2006)

Ciascuno di loro ha un passato di angherìe subite dallo sbruffone di turno. Il loro presente non fa di loro dei supereroi. Saranno conosciuti come "Gli scaldapanchine" e diventeranno i paladini vendicatori dei nerds di tutti i tempi, misurandosi con tenacia e costanza, nello sport più amato d'America: il baseball.

"Workingman's Death", di Michael Glawogger (di Aldo Spiniello, del 14/07/2006)

Opera di estrema eleganza e suggestione, il film documentario di Glawogger descrive la fatica, le paure, il dolore di migliaia di umili lavoratori, ma ne esalta anche la dignità e l'eroismo

"The Fast and the Furious: Tokyo Drift", di Justin Lin (di Simone Emiliani, del 14/07/2006)

Si sente la presenza del marchio di fabbrica produttivo di Neal H. Moritz e la vicenda, nella sua linearità, appare a volte troppo schematica. Eppure questo terzo capitolo ha delle improvvise accensioni, presenti soprattutto nel modo in cui viene mostrata la tecnica del "drifting", vera e propria danza ritmica con le sonorità del rombo dei motori

"Il ritorno della scatenata dozzina", di Adam Shankman (di Carlo Valeri, del 13/07/2006)

Rispetto al primo film, in questo secondo capitolo la regia passa di mano, viene affidata a Adam Shankman (Missione Tata, I passi dell'amore) e ne guadagna in leggerezza e profondità. Nonostante le apparenze, infatti, questo sequel è tutto fuorché un film grezzo e scontato.

"Soap", di Pernille Fischer Christensen (di Simone Emiliani, del 13/07/2006)

Si sente puzza di cinema d'autore preconfezionato, con ripetuti zoom nervosi che lasciano riemergere delle forme da movimento Dogma oppure si ha l'impressione che il cineasta guarda in maniera compiaciuta a quel 'cinema da camera' del Bergman di "Dopo la prova". Da elogiare comunque la prova dei due protagonisti

"Chiamata da uno sconosciuto", di Simon West (di Andrea Ravagli, del 12/07/2006)

Thriller in odore di horror e in unità di luogo che lavora sulla claustrofobia e sulla "profondità di campo" senza catturare fino in fondo il nostro sguardo e dove la scenografia sovrasta i corpi attoriali

"The Great Raid - Un pugno di eroi" di John Dahl (di Carlo Valeri, del 11/07/2006)

Nel film di Dahl ogni fotogramma rimane inchiodato in una patina di superficie che vorrebbe essere classicheggiante ma finisce con l'essere scialba riproposizione archeologica di stilemi ormai perduti.

"I cinghiali di Portici", di Diego Olivares (di Annarita Guidi, del 11/07/2006)

I guizzi si intravedono solo ogni tanto in quest'opera prima, di cui si salva sicuramente la concezione. Ovvero né epica, né mitologia, né pietismo, né morale - forse solo la storia vista dagli occhi dei protagonisti: poco spazio per i massimi sistemi, molto (moltissimo) per l'azione.

"Baciati dalla sfortuna", di Donald Petrie (di Leonardo Lardieri, del 11/07/2006)

Il regista Donald Petrie, anche se non un grandissimo autore, è certamente ammirevole per chiarezza, autenticità ed emozione. Scomodando Truffaut, Petrie sa farsi capire e l'ispirazione nel suo cinema copre solo una minima parte, tutto il resto è "traspirazione". Come quel bacio, che per un attimo soltanto si fa centro azzerante.

"La spina del diavolo", di Guillermo Del Toro (di Stefano Locati, del 09/07/2006)

Ambientato sul finire dalla guerra civile spagnola, il film di Del Toro rappresenta una parabola di formazione macabro-fiabesca in cui i vivi fanno più paura dei fantasmi.

"Silent Hill" di Christopher Gans (di Francesco Mazzetta, del 07/07/2006)

Film per videogiocatori o videogioco per cinefili? Ma davvero le due cose sono incompatibili? Arriva l'horror dedicato ad uno dei blockbuster tra i videogiochi survival-horror e sembra fatto apposta per rinfocolare la polemica tra chi crede che i videogiochi non siano un medium assimilabile al cinema e chi invece sostiene la loro intrinseca narratività

"United 93", di Paul Greengrass (di Michele Moccia, del 06/07/2006)

"United 93" è un film degno di riflessione; un film con il quale Paul Greengrass rivela, prima di tutto con quella potente dissolvenza in nero che oscura lo schermo insieme allo schianto dell'aereo, che il cinema non è solo un lascito di memoria.

"Diario del saccheggio", di Fernando Solanas (di Simone Emiliani, del 05/07/2006)

È un resoconto preziosissimo questo del cineasta argentino, sdegnato ma mai retorico. E di questo documentario restano momenti di dolore 'privato' come quello del funerale di un bambino o l'immagine di un neonato denutrito. La macchina da presa attraversa i luoghi ma va soprattutto sui volti delle vittime, con una complicità totalmente autentica.

"Bandidas" di Joachim Roenning e Espen Sandberg (di Aldo Spiniello, del 04/07/2006)

Sceneggiato e prodotto da Luc Besson, un western al femminile, che gioca con gli stereotipi dei "generi" e ammicca ad una certa cultura della contestazione. Un film, comunque, la cui vera essenza è quella dell'intrattenimento e dello spettacolo

"Half Light" di Craig Rosenberg (di Francesco Ruggeri, del 03/07/2006)

Il problema di "Half Light" è che il regista non ci crede ai fantasmi. Non sono roba per lui. Perchè li filma distrattamente, con sufficienza, senza farceli mai toccare veramente queste creature "ex".

"Shutter", di Banjong Pisanthanakun, Parkpoom Wongpoom (di Simone Emiliani, del 02/07/2006)

L'opera prima dei due cineasti thailandesi non appare soltanto come una riuscita frequentazione dell'horror ma ha qualcosa di più spostandosi verso le zone di un mélo astratto e alimentando una sperimentazione teorica sullo sguardo che non gli impedisce di mantenere alto il senso di inquietudine e angoscia.

"The Dark", di John Fawcett (di Stefano Locati, del 01/07/2006)

Un altro horror che presenta la fanciullezza come soglia oscura in cui l'innocenza si confonde con il perturbante. Qui però non sono in gioco i destini del mondo, come nel filone delle filiazioni diaboliche, ma i legami familiari grondanti sensi di colpa. Una metafora purtroppo indecisa tra derive di genere e affondo sociale.

"La casa sul lago del tempo", di Alejandro Agresti (di Stefano Perosino, del 30/06/2006)

Il film è costruito su una finzione narrativa che amplifica in maniera esponenziale la teoria della "sospensione dell'incredulità" portando la narrazione su due piani temporali differenti.

"Slither", di James Gunn (di Giacomo Calzoni, del 30/06/2006)

"Slither" è un attacco frontale e diretto a qualsiasi forma di omologazione possibile; la rivendicazione, estrema e dolorosissima, delle specificità umane di ciascun individuo.

"L'amore sospetto", di Emmanuel Carrère (di Lorenzo Leone, del 30/06/2006)

Una premessa risibile, un occhio strizzato a Hitchcock e l'altro a Pirandello e un attore in stato di grazia: questa la prima regia dello scrittore francese Emmanuel Carrère.

"Il custode", di Tobe Hooper (di Stefano Perosino, del 30/06/2006)

Tobe Hooper ritorna finalmente visibile al grande pubblico dopo anni di immeritato dimenticatoio. Risulta difficile comprendere perché un regista di indubbio talento come lui non riesca facilmente a trovare spazi nella grande distribuzione a meno che non si cimenti in un cinema di impronta tipicamente commerciale come in questo suo ultimo film.

"The Sentinel", di Clark Johnson (di Simone Emiliani, del 29/06/2006)

Del thriller poliziesco a "The Sentinel" sembra mancare proprio il ritmo malgrado la concatenazione di eventi che si accumulano, e ciò è evidente anche nel modo in cui è girata la sparatoria finale. Se poi Michael Douglas se la cava con scaltra professionalità, piuttosto opache risultano invece le prove di Kiefer Sutherland ed Eva Longoria,

"Il tempo che resta", di François Ozon (di Simone Emiliani, del 29/06/2006)

Il cineasta francese sembra aver scelto di filmare la morte come se si trattasse di un qualsiasi soggetto e non una vicenda sentita. E ciò si avverte non solo nell'indifferenza di sguardo ma anche in momenti che, francamente, sfiorano il ridicolo. Ozon appare ormai quasi un Michael Winterbottom alla francese. E non è un complimento

"Curioso come George", di Matthew O'Callaghan (di Annarita Guidi, del 27/06/2006)

Nostalgia per la visione bidimensionale: storia lineare e gusto revival per un film d'animazione che finalmente diverte senza bidonare il pubblico

"Hooligans", di Lexi Alexander (di Lorenzo Leone, del 26/06/2006)

Benvenuti nell'East End londinese dove il Tamigi scorre lungo i casermoni popolari del proletariato, neanche troppo lontani dal ticchettio del Big Ben: questo è il luogo più di ogni altro dove il calcio fa rima con violenza.

"Due per un delitto", di Pascal Thomas (di Umberto Martino, del 25/06/2006)

La scomposta messa in scena degli elementi fondamentali di un film giallo non crea le condizioni per l'affiorare della tensione. Neanche le noiose cartoline dall'Alta Savoia riescono ad attirare lo sguardo. Non rimane che concentrarsi su Dussollier.

"Ultraviolet" di Kurt Wimmer (di Stefano Locati, del 25/06/2006)

Tentativo di blockbuster fantascientifico fallito e fallimentare, risibile patchwork di scontri uno-contro-molti alla lunga estenuante. Un prodotto tutto costruito sulla fisicità di Milla Jovovich che assembla un futuro hi-tech da cartolina pop, ma che non possiede neanche la necessaria autoironia per diventare un cult in stile "Barbarella".

"Un po' per caso un po' per desiderio", di Danièle Thompson (di Andrea Ravagli, del 25/06/2006)

Sofisticata e dolce, con un sapore d'altri tempi perfettamente aggiornato, questa commedia romantica alla francese che guarda al cinema americano classico e ad Altman ma anche a Lelouch e Sautet, scorre con affascinante e profonda leggerezza e si conquista uno spazio nel nostro cuore... Cinema soavemente femminile per sognare con la testa.

"Peperoni ripieni e pesci in faccia", di Lina Wertmüller (di Annarita Guidi, del 21/06/2006)

Che non fosse questa la stagione migliore della Wertmüller lo si capiva dal titolo. Al grottesco e al ribaltamento feroce e comico dei clichè subentrano il calco e la ripresa di quanto di più banale e stereotipato si può immaginare e raffazzonare.

"Imagine Me & You", di Ol Parker (di Umberto Martino, del 20/06/2006)

Raccontare qualcosa che è patrimonio emotivo, fosse anche solo potenziale, di ogni essere umano: impegno complesso già a livello verbale, figuriamoci su quello audiovisivo. Utilizzare l'involucro della commedia per rendere maggiore la sorpresa. Parker ha saputo trovare l'equilibrio tra canoni del genere e disinibizione dello sguardo.

"Hot Movie", di Aaron Seltzer (di Umberto Martino, del 20/06/2006)

Nelle parodie, essere politicamente scorretti tanto per esserlo, o cercare di essere più ariosi con qualche emissione di gas, non migliora il risultato: non se si è rispettosi di un pubblico solitamente esigente.

"Verso il sud" di Laurent Cantet (di Federico Chiacchiari, del 18/06/2006)

Nel film non c'è la divisione tra i ricchi bastardi e le povere vittime, proprio come avveniva nel disturbante cinema di Fassbinder, dove i mostri erano i rapporti che si creavano tra le persone, più che le persone stesse.

"Il calamero e la balena" di Noah Baumbach (di Alessia Cervini, del 18/06/2006)

Il film soffre di poca autonomia, quella di chi rifiuta il proprio radicale "altro da sé" ma si appiattisce su una forma "diversa", è vero, eppure divenuta già essa stessa modello.

"Il diamante bianco" di Werner Herzog (di Carlo Altinier, del 16/06/2006)

Herzog gira documentari che negano le idee stesse di documentare, documentato, documentabile, proprio attraverso l'esaltazione del loro carattere esemplare. "Il diamante bianco" ha il respiro, le modulazioni, il carattere di un grande film hollywoodiano.

"Omen - Il presagio" di John Moore (di Aldo Spiniello, del 16/06/2006)

Moore rifà il film di Donner del 1976. Il suo remake è fedele, ma non convince. Assolutamente risibile dal "punto di vista" horror, il film latita anche per quanto riguarda il ritmo e la tensione. Un cinema freddo, meccanico, fiacco, prevedibile

"Vengo a prenderti", di Brad Mirman (di Andrea Ravagli, del 16/06/2006)

Soffre di schematismo il film di Mirman, ma ogni tanto fa anche capolino un po' d'anima (sofferente) in mezzo ai magnifici scorci della campagna senese. Per non dimenticare che, forse, il nostro magnifico (nonostante tutto) Paese è uno dei pochi luoghi al mondo in cui uno scrittore può riprendersi veramente dal blocco scrittorio...

"Shaggy Dog", di Brian Robbins (di Annarita Guidi, del 14/06/2006)

Difficile soprassedere sul paradosso di un cinema 'per famiglie' che continua imperterrito ad edulcorare la realtà e a imbrogliare il suo target principale se non unico, vendendo qualcosa che - veramente - non esiste.

"L'enfer" di Danis Tanovic (di Sebastiano Lucci, del 12/06/2006)

Tra simbolismo e male di vivere, il regista si immerge in un universo di miseria totale, ma il suo sguardo risulta irritante e lezioso.

"Antonio guerriero di Dio" di Antonello Belluco (di Stefano Perosino, del 12/06/2006)

Un percorso, quello di Antonio, immerso nella natura più selvaggia, aspra e dal carattere inospitale, come a sottolineare il faticoso cammino dell'uomo diventato santo. Si ha come l'impressione di una profondissima partecipazione della mdp e quindi del regista, di fronte alle gesta e soprattutto alle sofferenze di Antonio.

"Onde", di Francesco Fei (di Simone Emiliani, del 10/06/2006)

Positivo esordio dietro la macchina da presa di Fei che crea anomali e affascinanti 'detour' dentro Genova in un film in continuo dis/equilibrio tra 'guardare' e 'sentire', fatto di vibrazioni, percezioni, quindi segnato da una potenza tattile piuttosto rara nel recente cinema italiano.

"Fuorivena" di Tekla Taidelli. (di Carlo Altinier, del 10/06/2006)

"Fuorivena" è un film di corpi in lotta con gli spazi metropolitani, di riapproprazioni aliene a qualsiasi connotazione ideologica, di fughe emotive che non conoscono soste né strade.

"Bombón - El Perro", di Carlos Sorin (di Annarita Guidi, del 10/06/2006)

Chi fa la magia? Paradossalmente, proprio quello che poteva essere l'anello debole: uno straordinario, commovente protagonista. Se l'idea era strappare un pezzo, reale, di pelle allo spettatore e metterglielo davanti: obiettivo centrato.

"Vita da camper", di Barry Sonnenfeld (di Andrea Ravagli, del 09/06/2006)

Esasperata ma non sempre esasperante satira on the road della middle class americana in cui, torbidamente, "nulla è come appare": i buoni non lo sono così tanto e i presunti buzzurri sono più fini e ammirevoli di quanto sembri ad una prima occhiata. La comicità di Sonnenfeld è di grana grossa ma centra comunque l'obiettivo di spietata analisi sociale

Il sogno impossibile, "American Dreamz", di Paul Weitz (di Federico Chiacchiari, del 09/06/2006)

E' un curioso ed inesauribile hellzapoppin, in stile wilderiano-edwardsiano questo American Dreamz, quella che un tempo si sarebbe detta "commedia corrosiva" e che oggi potremmo definire "acid-pop comedy", diretta da quel misconosciuto genio del cinema contemporaneo che è Paul Weitz. Attacco al sogno americano dal cuore del sistema...

"10 Canoe", di Rolf De Heer (di Leonardo Lardieri, del 08/06/2006)

Premio della Giuria a Cannes 2006, nella sezione "Un Certain Regard", 10 Canoe filma la paura del fare cinema. Rolf De Heer per adesso regna nell'incertezza: i corpi del nuovo cinema (o del vecchio mondo) attendono di essere trapassati dall'invisibile, da ciò che ancora non è diventato sguardo, che ancora non è diventato spettacolo.

"The Breed - La razza del male", di Nicholas Mastandrea (di Andrea Ravagli, del 08/06/2006)

Horror anti-animalista che omaggia sbilencamente i b-movies anni '70 del genere in questione. Mastandrea offre prevedibili shock visivi e cerca di galleggiare su una sceneggiatura colabrodo senza innervarla della forza fantastica di magnifici horror malati tutti giocati sull'atmosfera generata come il classico "Non aprite quella porta" di Hooper

"L'estate del mio primo bacio", di Carlo Virzì (di Simone Emiliani, del 07/06/2006)

Tratto dal romanzo "Adelmo torna da me" di Teresa Ciabatti, l'esordio dietro la macchina da presa di Carlo Virzì, fratello di Paolo, appare come l'opposto di "Notte prima degli esami". Se il film di Brizzi è sincero, vibrante, appassionato, questo appare fasullo nella rievocazione nostalgica degli anni '80.

"Tre giorni d'anarchia" di VIto Zagarrio (di Alessia Cervini, del 05/06/2006)

E' nel gioco di sovrapposizioni che il film riesce, lì dove il proprio del mezzo filmico fa la sua parte, confondendo il racconto storico a quello visionario del cinema. Quando, cioè, dimentica l'esigenza didascalica di narrare ciò che è successo e si abbandona ad un sogno davvero anarchico.

"La dignità degli ultimi" di Fernando E. Solanas (di Alessia Cervini, del 04/06/2006)

Di un cinema politico certamente si tratta, che forse in modo troppo calcatamente populista vuole emozionare e coinvolgere. Qualche volta riuscendoci. Così commuovono i volti affamati di bambini già adulti, la speranza di chi, ammalato, combatte per preservare la propria vita e rimanere su questo mondo, per quanto infame sia.

"Cappuccetto Rosso e gli insoliti sospetti", di Cory Edwards (di Paolo Tenca, del 04/06/2006)

Tra citazionismo e giochi ad incastro, ecco una sceneggiatura diligente quanto fredda e disincantata che probabilmente non dispiacerebbe ai fratelli Coen. Il lavoro di smembramento e depistamento rende però il target di riferimento sempre più indistinto da divenire inafferrabile.

"Whisky", di Juan Pablo Rebella e Pablo Stoll (di Francesco Maggi, del 03/06/2006)

Si rimane sospesi e incantati da questa storia sempre in bilico tra realismo e amara commedia esistenziale, ma profondamente appagati dalla costante sensibilità verso i personaggi descritti.

"Poseidon", di Wolfgang Petersen (di Davide Di Giorgio, del 03/06/2006)

Un rifacimento che aderisce perfettamente al genere catastrofico, ma lo svuota di ogni velleità sociologica per concentrarsi su una struttura schematica: una scelta che lo pone in opposizione al modello di Neame, nonostante la regia garantisca spettacolo.

"One Last Dance", di Lisa Niemi (di Andrea Ravagli, del 03/06/2006)

A furia di ballare si finisce per sorvolare il cinema, filmando con nuda evidenza semi-documentaristica le linee e i volumi disegnati dai danzatori. Per chi si aspettava un sequel sulla falsariga di "Dirty D"ancing un'amara sorpresa, per chi ama la danza e per una volta vuole infilarsi semplicemente in sala e non a teatro un gradevole diversivo...

"Radio America", di Robert Altman (di Massimo Causo, del 01/06/2006)

Altman slitta con grazia davanti e dietro il palcoscenico del Fitzgerald Theatre, fluttuando con una sapienza ben nota al suo cinema tra il rigore della messa in scena e la fragranza della presa diretta.

"Annapolis", di Justin Lin (di Annarita Guidi, del 01/06/2006)

Quando la superficie piatta della sceneggiatura e del montaggio non fa passare emozioni al cuore e tutto annega nella linearità e nel giusto rapporto causa/effetto, il cervello corre inesorabilmente alle realtà che conosce.

"Una magica notte d'estate", di Angel De La Cruz e Manolo Gómez (di Annarita Guidi, del 29/05/2006)

Portare un'opera teatrale sullo schermo, pur transitando per la dicitura 'liberamente ispirato', non è mai una banalità. Se poi sulla nuova creazione si allunga l'ombra di Shakespeare, e il target primario sono i bambini, il rischio di passi falsi aumenta a dismisura.

"Bittersweet Life" di Kim Ji-woon (di Stefano Locati, del 27/05/2006)

È come se "Bittersweet Life" non potesse aprirsi al furore che vuole mettere in scena, rattrappito in una narrazione impersonale, distaccata, che mantiene (ancora) le distanze dal cuore pulsante dei sentimenti snocciolati.

"X-Men 3" di Brett Ratner (di Michele Moccia, del 27/05/2006)

Con "X-men 3" Ratner scavalca le dedaliche evoluzioni di Brian Singer, autore dei primi due episodi della serie, e costruisce una storia semplice, lineare e ricca di pathos.

"I re e la regina" di Arnauld Desplechin (di Roberto Manassero, del 27/05/2006)

Gli uomini e le donne di Desplechin, in un film strabordante, rumoroso, assurdo, vivo e secco come un pugno nello stomaco, popolano mondi differenti in unico spazio vitale.

"4-4-2, il gioco più bello del mondo" di Roan Johnson, Michele Carrillo, Claudio Cupellini, Francesco Lagi (di Stefano Perosino, del 27/05/2006)

Un film che non sviscera le complessità psicologiche ed etiche di un calcio (anche dilettantistico) ormai al capolinea e sì che il materiale certo non mancava, ma rimane invece una sorta di "saggio di fine corso", girato quasi timidamente.

Tra l'amore e la morte: "Volver", di Pedro Almodòvar (di Simone Emiliani, del 26/05/2006)

Dentro quest'ultima pellicola del regista spagnolo si avvertono i segni della costruzione melodrammatica che la fanno diventare molto, anche troppo densa ma proprio per questo non divampante come altri film soprattutto nel modo in cui filma il dolore. È come se ci fosse una barriera tra lo sguardo del cineasta e la vita delle sue protagoniste.

"Il Codice Da Vinci", di Ron Howard (di Simone Emiliani, del 20/05/2006)

Dal best-sellers di Dan Brown, uno degli eventi più attesi si rivela come una grande delusione e rappresenta il film meno ispirato di Ron Howard. La visionarietà non è vibrante come in "A Beautiful Mind" ma meccanica, così come gli squarci nel passato ricreati al digitale. Dello sguardo di questo grande cineasta alla fine c'è ben poco

"La casa del diavolo" di Rob Zombie (di Guglielmo Siniscalchi, del 19/05/2006)

Forse non esageriamo a dire che "La casa del diavolo" è uno dei musical più belli e divertenti di questi ultimi anni, una magnifica allucinazione audio/visiva dove alle fine di trovi a "schizzare" lungo le strade blu di un'America sola e desolata accanto a questi personaggi cattivi e maledetti.

"Sessantotto - L'utopia della realtà", di Ferdinando Vicentini Orgnani (di Paolo Tenca, del 19/05/2006)

Il film si dà come veicolo promozionale di un dvd prossimo venturo del Luce, girato in modo sciatto e privo di tensione. Resta la passione dello storico Baldoni, restano le tante testimonianze, restano le persone.

"Aquamarine", di Elizabeth Allen (di Umberto Martino, del 19/05/2006)

Tra le pareti di casa i piccoli di uomo possono essere bombardati da messaggi tele-eversivi ma, se escono con i genitori ed entrano in una sala, che essa sia cinematografica oppure operatoria non fa differenza: la procedura antisettica deve essere rispettata.

"Il pane nudo" di Rachid Benhadj (di Carlo Altinier, del 19/05/2006)

Tratto dal romanzo autobiografico del marocchino Mohamed Choukri, il film di Benhadj è un crudo percorso iniziatico viziato da una certa enfasi didascalica, ma vibrante e disperatamente politico.

Shanghai capitale del XXI secolo: "MI3" di J.J. Abrams (di Federico Chiacchiari, del 17/05/2006)

Il nuovo episodio della trilogia prodotta e interpretata da Tom Cruise cerca di cambiare, radicalmente, lo statuto di "macchina celibe" per eccellenza dell'eroe del cinema d'azione hollywoodiano e, al contempo, sembra ridisegnare le coordinate geografiche dell'immaginario visivo mondiale...

"FBI: Operazione Tata", di John Whitesell (di Stefano Perosino, del 16/05/2006)

Il regista getta acqua sul fuoco impedendo al film di prendere "combustione". La regia è piattamente televisiva - attenzione però, nel senso peggiore del termine - e priva di slancio.

"Una top model nel mio letto", di Francis Veber (di Andrea Ravagli, del 16/05/2006)

La commedia farsesca alla francese non è rivitalizzata né mortificata, solo diligentemente sfruttata. Veber dirige, senza particolari guizzi, recuperando terreno in una sceneggiatura discretemente pulsante affidata più alla verbalità che alle situazioni e trovando nel cast la giusta verve alla costante ricerca dello spumeggiante champagnino.

"Bubble", di Steven Soderbergh (di Guglielmo Siniscalchi, del 14/05/2006)

Un insolito triangolo sentimentale in una provincia yankee povera e proletaria finisce in tragedia: Soderbergh torna ai toni minimalisti degli esordi ma la sua operazione ha il sapore dell'ennesima esercizio di stile di un regista volubile e camaleontico. Presentato fuori concorso al festival di Venezia

"Free Zone", di Amos Gitai (di Leonardo Lardieri, del 14/05/2006)

Conflitto infinito, cinema non definitivo, incompiuto perché non si può porre fine alle immagini, alle storie, agli inganni della storia e della memoria. A un passo dal capolavoro, zona franca rivendicata, terra promessa agognata dove c'è pace, niente barriere, ma negata la perfezione. Il cinema di Gitai: il più immenso dei sogni liberatori.

"Anche libero va bene" di Kim Rossi Stuart (di Guglielmo Siniscalchi, del 11/05/2006)

Rossi Stuart è bravo a "scavare" dentro i suoi attori, a lavorare incessantemente alla costruzione di un cinema in bilico fra dramma familiare, pamphlet "sociale" e Bildungsroman dei nostri giorni.

"Padre Pio", di Orlando Corradi e Jong Chol Su (di Michele Moccia, del 10/05/2006)

In "Padre Pio" i disegni invece di coagularsi e allontanarsi, per eccesso di precisione, in una sorta di fissità araldica, sfumano nella vivacità dei colori che accompagnano il trasparire stesso delle immagini, come nella delicata sovrimpressione di una creazione pittorica in continua trasformazione.

"I tuoi, i miei e i nostri", di Raja Gosnell (di Andrea Ravagli, del 10/05/2006)

I tuoi, i miei e i nostri è uno di quei film che frettolosamente si potrebbe incasellare come smielato, leggero leggero, inconsistente. Invece se lo si "scarta" veramente della frivola e dolciastra carta di zucchero che lo avvolge, si disvela per quel che è: un "bildungsfilm".

"Sangue - La morte non esiste", di Libero De Rienzo (di Simone Emiliani, del 07/05/2006)

L'opera prima dell'attore De Rienzo procede per flash, per accecanti allucinazioni, per apparizioni improvvise. Malgrado il finale irrisolto, lo sperimentalismo visivo del cineasta non è il risultato di un'operazione teorica ma soprattutto fisica, fatta con gli occhi e con tutto il corpo. Un film sporco, decisamente rischioso ma sicuramente coraggioso

"Il cane giallo della Mongolia", di Byambasuren Dayaa (di Leonardo Lardieri, del 05/05/2006)

"La grotta del cane giallo" è una commovente leggenda mongola su cui poggia il secondo lungometraggio della regista di "La storia del cammello che piange". Ripercorrendo il registro del "documelodramma", già rivisitato nel precedente lavoro, si è catapultati in un mondo meravigliosamente (tra)sognante.

"Promised Land", di Michael Beltrami (di Leonardo Lardieri, del 05/05/2006)

Michael Beltrami, regista italo-svizzero, con "Promised Land" è alla sua vera e propria opera prima nel campo della "finzione", dopo aver lavorato come documentarista. Road-movie in cui viaggiare non vuol dire semplicemente che accada qualcosa, ma soprattutto che necessariamente qualcosa si trasformi.

"Romance & Cigarettes", di John Turturro (di Simone Emiliani, del 05/05/2006)

Si ha l'impressione Turturro si sia fatto travolgere dalla sua smisurata ambizione, in cui anche i refrain musical appaiono all'inizio divertenti, in seguito ripetitivi, alla fine quasi noiosi. C'è la frenesia ma non l'estasi del musical. Eppure gli attori stanno tutti al meglio della forma. Alla fine, più che un brutto film, un'occasione sprecata

"Basta un niente" di Ivan Polidoro (di Francesco Ruggeri, del 04/05/2006)

Il problema di Ivan Polidoro, regista del film, è che non riesce quasi mai a oltrepassare la soglia di casa e penetrare nell'intimità domestica dei corpi.

"Firewall - Accesso negato", di Richard Loncraine (di Guglielmo Siniscalchi, del 04/05/2006)

Al centro del film, i corpi: ad esempio quello ormai anziano e "comune" di un Harrison Ford straordinario nel vestire i panni di un "uomo tranquillo" pronto a ribellarsi ed a lottare per difendere il suo "posto al sole", i suoi affetti ed il suo lavoro.

"Il fantasma di Corleone", di Marco Amenta (di Carlo Altinier, del 04/05/2006)

Il film di Amenta ha una cosa importante da dirci: il cinema può arrivare in ritardo (il film esce a cattura avvenuta), ma ancora fiuta gli appuntamenti importanti, li insegue d'istinto, e a volte, inaspettatamente, ci arriva.

"Le mele di Adamo", di Anders Thomas Jensen (di Leonardo Lardieri, del 03/05/2006)

Do(g)mare ancora una volta il cinema perché quella carica simbolica e teologica sfumerebbe negli spazi aperti, tra gli intrecci naturali. Black comedy che interroga lo spettatore se mai in questo mondo fosse stato tutto possibile senza Dio o, viceversa, è proprio l'esistenza dell'Ente Supremo a permettere che tutto accada.

"In ascolto - The listening", di Giacomo Martelli (di Andrea Ravagli, del 02/05/2006)

Cinema civile di stampo europeo e confezione a stelle e strisce che esplora la tattilità percettiva, sensoriale del mondo moderno, le tecnologie al servizio del Potere e la nudità alla quale ci costringono, in bilico tra due mondi: quello sotto lo sguardo di tutti che si chiama Terra e quello di Echelon che insinua il suo sguardo su tutti noi.

"Rischio a due", di D.J. Caruso (di Paolo Tenca, del 02/05/2006)

Nel film di Caruso viene messa a punto l'idea di una clonazione terapeutica al contrario dove ad organismi hollywoodiani afasici e "gonfiati" possano essere innestate cellule malate in grado di infestare di incertezze, dubbi ed aperture una realtà di riferimento che soffre di eccessiva e in/sana autosufficienza.
 

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