LIBRI DI CINEMA - Senso come rischio.


Veri è propri saggi e magnifiche interviste del passato, sconfinamenti, fanno di questo libro il frutto di una divorante passione per le immagini, un sogno lungo oltre mezzo secolo. Memorabile parabola rivelatrice tra Pietro Ingrao e Jean Marie Straub: “Ho avuto una difficoltà quando ho visto i primi fotogrammi di un film di Straub, perché mi sembravano troppo statici e gli amici di Filmcritica mi hanno spiegato che in quella fissità c'era un farsi il mondo”

senso come rischioSENSO COME RISCHIO. 60 anni di Filmcritica
a cura di A. Cappabianca, L. Esposito, B. Roberti, D. Turco
Ed. Le Mani
Gennaio 2010
pp. 261 – Euro 18

 
Non c'è dubbio che ci troviamo al cospetto della rivista cartacea di cinema più importante e autorevole (e longeva) dal dopoguerra ad oggi. Filmcritica è una delle poche realtà nazionali ad avere ancora oggi un certo riscontro anche a livello internazionale e quindi i suoi 60 anni, che compie proprio quest'anno, sono sicuramente un punto di arrivo e di ripartenza di assoluto rispetto e considerazione. Al di la di chi oggi l'accusa di aver interrotto (o addirittura di non averlo mai intrapreso) il cammino di rinnovamento nello sguardo e di aver in qualche modo campato di rendita, dopo anni vissuti assumendosi il rischio di una critica militante, esercitata sui film, senza troppi salvagenti teorici, nella convinzione che “i film siano parte integrante e determinante della teoria stessa, che essi, anzi, possano contribuire a fondarla, più che riceverne legittimazione a posteriori”. Di Filmcritica tutto si può dire meno che i suoi 60 anni non siano percorsi da una pluralità di storie, tali che qualcuno potrebbe ritenere perfino in contrasto tra loro: Rossellini e Hollywwod, Bresson e Hitchcock, il grande cinema sovietico e il grande cinema americano, Pasolini e Orson Welles, De Oliveira e Clint Eastwood, Straub/Huillet e Godard, Raoul Ruiz e Gitai, oppure anche il cinema mainstream e quello sperimentale. Coppie di opposti che non sono opposti, alla prova della scrittura e della sensibilità filmica. Contro il cattivo cinema, il cinema pretenzioso, contenutistico, mero veicolo di ideologismi. Come dice Godard, il cinema non è un'arte né una tecnica, ma un mistero. E il mistero implica il rischio. O come diceva Emilio Garroni, forse il senso è il rischio che non possiamo non correre, di cogliere la sensatezza, mentre la conquistiamo. Senso come rischio, quindi. Il direttore di Filmcritica, Edoardo Bruno, magnifico catalizzatore del pensiero e dell'immaginario del mensile ha sintetizzato così il senso (ancora una volta) nella prefazione del testo: “Il libro non vuole (o non vorrebbe) essere un'antologia di scritti, piuttosto il cammino di un'antologia denotante la filosofia nel suo oggettivarsi e nel suo procedere, e nel suo approdare al “dire” del cinema, nelle sfaccettature del rilevare, del vedere-e-non vedere, delle tracce, delle ellissi, degli scarti improvvisi. Linguaggio, tecnica o silenzio del nero?”... “quella sbarra che agisce esteticamente come reazione improvvisa?” (Brakhage). Per ripercorrere la poderosa storia di questa rivista, che ha attraversato memorabilmente la storia del cinema, intersecandosi incondizionatamente con la storia di questo Paese, del mondo intero, con l'estetica, la filosofia, l'arte e l'industria del visivo, il libro è stato suddiviso in 5 grandi capitoli: Rossellini/Ancora, Sentire, America, Interferenze, Discorsi. Difficile condensare il materiale debordante racchiuso nelle 261 pagine, in cui intervengono amici della rivista, estimatori, grandi autori, indiscussi teorici e storici collaboratori. Veri è propri saggi e magnifiche interviste del passato, sconfinamenti, fanno di questa opera il frutto di una divorante passione per le immagini. Meravigliosa, e forse perfetta parabola rivelatrice, il botta e risposta tra Pietro Ingrao e Jean Marie Straub. “Ho avuto una difficoltà quando ho visto i primi fotogrammi di un film di Straub, perché mi sembravano troppo statici e gli amici di Filmcritica mi hanno spiegato che in quella fissità c'era un farsi il mondo”. “... dovevi essere contento perché ti potevi riposare e potevi uscire dal flusso del mondo moderno. Non dovevi andare a chiedere consiglio a questi diavoli, dovevi cercare in te stesso”.
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